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Un’idea esplosiva sul Bormida

Per secoli il panorama della Val Bormida è rimasto pressoché immutato, fra vastissimi boschi, borghi medievali e cascine. Le risorse naturali avevano permesso l’insediamento di alcune realtà, quali ferriere e vetrerie (in primis Altare). La seconda rivoluzione industriale, senza che la prima fosse realmente attecchita, sconvolge l’orizzonte tradizionale della valle. A segnare il nuovo ciclo è la costruzione della ferrovia Savona-Cairo-Torino, completata nel 1873: le fabbriche si insediano fra i binari e le anse del fiume, che assicura l’indispensabile approvvigionamento idrico.

La posizione e la manodopera a buon mercato favoriscono gl’investimenti di imprese (raramente locali: per la maggior parte provenienti da altre regioni o nazioni, con forti capitali). A Cengio, nel 1906, un dinamitificio (nato nel 1882 su impulso francese) viene acquistato dalla SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti), fornitrice dell’esercito e della marina. La società milanese, amministrata da Ferdinando Quartieri e guidata scientificamente da Ettore Molinari (caratteristica figura di chimico e anarchico), possedeva stabilimenti in Emilia e Toscana. In Val Bormida l’espansione sarà vertiginosa, complice anche il primo conflitto mondiale: Cengio diviene il polo nazionale per la produzione di tritolo e polveri, con più di 5000 operai impiegati. Intanto nel 1912, erano state portate a termine le spettacolari funivie del carbone Savona-San Giuseppe di Cairo: più di 17 Km (al tempo la funivia più lunga d’Europa) trasportando il combustibile – ma anche altri materiali, come il cotone – fino alla valle, retroterra ideale per un porto ormai votato ai traffici industriali (nell’arco di un decennio nello scalo savonese raddoppiano le tonnellate movimentate).

La valle si trasforma in un polo chimico ed energetico, in stretto collegamento con le industrie di Savona e Vado: negli anni ’30 la cokeria di Bragno è la più grande d’Italia, Montecatini e la tedesca IG Farben controllano l’ex fabbrica SIPE, puntando su coloranti e fertilizzanti. Aumenta la popolazione, crescono nuovi insediamenti urbani al fianco di «fumiganti sagome di mostruosi alambicchi d’officine enormi, nelle quali Faust ha le dimensioni di Polifemo», come scrive nel 1940 un inviato de «La Stampa» in un reportage intitolato: Quando i paesi cambiano fisionomia.

Anche Ferrania cambia fisionomia. Fin dai primi del XIX secolo la commenda di Ferrania era possedimento del marchesato De Mari: l’economia legata al bosco, le secolari cascine della tenuta affidate a mezzadria. Il patrimonio dei De Mari, in dissesto economico, è ceduto nel 1913 a un’unione di creditori. Nel 1915 il fattore Pietro Cremonesi (che guida per sessant’anni l’azienda agricola di Ferrania) scrive delle visite di “Ing. Prof. etc della fabbrica esplodenti di Cengio” interessati a impiantare uno stabilimento: “un grande traffico, che non so se apporterà vantaggio o danni. Il pericolo di saltare in aria da un momento all’altro vi sarebbe di sicuro”. In quell’anno, infatti, l’intera proprietà passa alla SIPE. Grazie al conflitto mondiale e alle nuove commesse – in particolare la fornitura di polvere B per l’artiglieria russa – l’azienda era in grado di raddoppiare la propria presenza in Val Bormida. L’anno successivo SIPE acquista nuovi appezzamenti dal comune di Cairo, compreso lo storico collegamento con Altare attraverso il ponte della Volta (la strada viene soppressa: in cambio la società finanzia la carrozzabile Ferrania-Bragno). Il consiglio comunale – si legge nella delibera è consapevole: che l’impianto di nuovi grandi stabilimenti in questo Comune porterà un enorme vantaggio e sarà fonte di prosperità e benessere; che cessato il periodo della guerra e la necessità di produrre munizioni, la Società continuerà l’esercizio dedicandosi alla produzione di prodotti chimici; che per conseguenza è assicurato lavoro per molti anni a un gran numero di operai e l’importanza industriale di Cairo diverrà considerevole.

In poco tempo l’apparato bellico dimostra tutta la sua forza: strade, raccordo ferroviario che dalla stazione di Ferrania arriva fino allo stabilimento, costruzione di una centrale elettrica e di vari fabbricati per il trattamento del nitro cotone, laboratori, due piccoli cannoni per il collaudo degli esplosivi. E’ zona di guerra: nei comuni limitrofi agli stabilimenti SIPE per circolare occorre un salvacondotto dei carabinieri. A Prasottano, poco distante dal borgo, inizia la costruzione di un dinamitificio e di una centrale (mai portati a termine; la ciminiera è crollata nel 2008). La guerra alimenta il settore industriale: nella provincia sono favorite la Siderurgica Savona, la Piaggio, la statunitense Westinghouse, la Siap (Società Italo Americana pel Petrolio), la futura Fornicoke controllata da SIPE).

Il ritiro della Russia dalla guerra e la fine delle ostilità impongono a SIPE, come ad altre realtà, l’esigenza di una riconversione. Che fare delle scorte di cotone e dei macchinari? La nitrocellulosa, a un grado minore di nitrazione, unita alla canfora come plastificante, da esplosivo diviene pellicola. Così, nel 1917, SIPE e Pathé Frères creano la FILM (Fabbrica Italiana Lamine Milano) con un consistente capitale sociale: i francesi forniscono i disegni dei macchinari e formano alcuni operai. Sorge il primo nucleo della nuova fabbrica, al fianco dei precedenti edifici: il reparto A (con impastatrici e una ruota di ghisa per la produzione di collodio), il B (per l’emulsione chimica poi stesa sulla pellicola), la centrale, la distilleria, l’officina, il laboratorio chimico allestito da Paolo Cassinis, Nel 1920 le prime colate: un campione di pellicola positiva 35 mm, ancora da perforare. Soltanto nel 1924 ha inizio la produzione e la commercializzazione del film cinematografico.

Per alcuni anni la pellicola convive con altre lavorazioni in aree contigue, quali polveri esplosive (solenite) per fucili e mitragliatrici, materie chimiche (distillati, coloranti), resine termoplastiche (bachelite o sipelite). SIPE è attiva nel sito di Ferrania ancora nel 1925.

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