La fabbrica delle pellicole è un grande stabilimento chimico, con inevitabili ricadute sulla sicurezza (specie nell’area dei «Tannini»). In un rapporto del 1937, un capo reparto sentiva il «dovere di filmista e di uomo» di annotare: “si lavora in ambienti malsani, in condizioni disgraziate […] dei giovani e degli anziani venuti a questo servizio in perfette condizioni di salute, oggi, seppure non si lagnano, presentano l’aspetto di persone malaticce […] gente che si è logorato il fisico qui sul lavoro non si potrà né si dovrà metterla alla porta […] passano la maggior parte della giornata in ghiacciaia oppure in sale dove guazzano nell’acqua e dove l’aria è quasi irrespirabile”.
I rischi riguardano soprattutto l’esposizione alle sostanze chimiche, ai fumi e agli scarichi, all’amianto – l’Eternit è presente in molti edifici – al costante pericolo di incendi e scoppi (di qui la presenza in fabbrica di un Servizio antincendi), il logorio dato dagli ambienti oscuri. È lo storico conflitto fra lavoro e diritto alla salute, tanto più avvertito negli anni delle lotte contro l’ACNA (nel 1987 la valle è dichiarata «area ad alto rischio ambientale»). La presa di coscienza verso una cultura della sicurezza sarà lenta: con la gestione americana i tassi d’infortunio raggiungono gli standard 3M internazionali, più avanzati di quelli italiani. In alcuni reparti si operava con occhiali protettivi, maschera antigas, stivali di gomma, che sostituiscono i vecchi zoccoli di legno. Molte lotte sindacali, specie negli anni ’70, si appuntano proprio sui cosiddetti «lavori penosi»: di particolare rilievo – anche per la contrattazione nazionale con FederChimica – l’introduzione nel 1974 dell’orario di lavoro per i turni a ciclo continuo, da 40 ore settimanali a 37 ore e 20 minuti, con l’aggiunta di una mezza squadra. Nell’infermeria della fabbrica erano assicurate periodiche visite oculistiche e audiometriche, esami radiologici (di alto livello, come è comprensibile), vaccini, dépistage tumorale per le donne.
