La mensa di stabilimento, posta lungo l’attuale viale della Libertà, era per la maggior parte frequentata da impiegati e lavoratori con orario fisso (normalisti), in borghese, adunati per gruppi di lavoro, con tavoli riservati per i laureati. Quando era attiva l’Azienda agricola le cuoche di Ferrania avevano a disposizione le materie prime locali, le medesime che si trovavano nell’attiguo spaccio aziendale. Lo spaccio riforniva il villaggio di Filmania: in tempo di guerra si presentava la carta annonaria per la distribuzione razionata dei viveri (diverrà poi uno spazio di vendita dei prodotti 3M). Nel 1942 è lo stesso direttore a firmare buoni per il minestrone; negli anni ’50 i pasti forniti sono già migliaia: tre lire la quota a carico dell’utente. Quando cresce il numero dei pasti distribuiti, come avviene in molte realtà, il servizio viene esternalizzato. I sapori si uniformano, aumentano i portavivande e le lamentele, riportate sull’apposito «libro nero».
I lavoratori sui turni consumavano il pasto durante l’orario di lavoro, dentro il reparto di produzione, in locali appositi (sostituiscono una mensa interna alla fabbrica, ancora attiva negli anni ’60). I refettori ospitavano armadietti e tavolini con sgabelli, un posto riservato a ogni operaio.
I dipendenti provenienti dalla città spesso mangiavano ordinando alla mensa un vassoio con il pasto da riscaldare. I valbormidesi erano per lo più riforniti dalle relative mogli o madri: un pentolino (detto anche baracchino o schinscetta) con primo (pasta, minestra) e secondo (carne, contorno), bottiglietta di vino, pane casareccio, frutta di stagione dell’orto, formaggio di pecora. Il pasto diventava una sorta di rivendicazione territoriale, di segno di appartenenza e provenienza. Il cittadino guardava con una punta d’invidia il pasto del valligiano: il giorno dopo, con orgoglio, finiva per arrivare con pesci o altre specialità di riviera. E il refettorio, così come la mensa, diventava occasione di chiacchiere, confronti, confidenze.
