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L’organismo fabbrica

Una fabbrica come organismo vivente, fra rumori sordi, odori, luce e buio, fluidi in circolazione. Sopra i mattoni, il cemento, il ferro («Ferrata di ferro / di fervore / di volontà filmania» inizia così una lirica dedicata a Ferrania dal poeta futurista Farfa), sotto l’asfalto un ventre sotterraneo, gallerie oscure simili a catacombe attraversate da chilometri di cavi e tubi. L’organismo richiedeva energia, freddo e caldo, 10.000 m3 di acqua al giorno prelavata dal Bormida. Il cuore era la centrale termoelettrica, frigorifera, idrica e pneumatica, che alimentava quotidianamente lo stabilimento in condizioni di piena autonomia: energia elettrica «Ferrania» (oltre all’Enel), aria compressa, acque (potabile, demineralizzata, industriale), vapori surriscaldati a +410° e salamoia fredda a –25°, turbocompressori, tonnellate di ammoniaca, una ciminiera di 75 m… Ogni giorno la centrale ingoiava autotreni di nafta; il consumo di metano (che dagli anni ’80 sostituisce l’olio combustibile) era pari a quello di una città di 10.000 abitanti. Un organismo in moto perenne: in caso di necessità si attivava un leggendario motore Fiat, potentissimo, da sottomarino.

Una fabbrica di sostanze. Paradiso per i chimici – sali da precipitare, disperdere, colare – inferno per i fisici – sciogliere quel che non vuol sciogliersi, catturare certo colore, altro lasciarlo passare. Dalle emulsioni l’odore di brodo della gelatina scaldata, dalle stese l’odore pungente di fenolo, usato come disinfettante, altrove sentori acri e rivoltanti. Una fabbrica-clinica, con spazzole e aspiratori intenti a catturare l’ultimo granello di sporcizia: la minima impurità può condizionare l’intero processo. Di qui l’ossessiva lotta contro la polvere, la vestizione degli operai e il lavaggio dei capi all’interno dello stabilimento, i filtri per l’aria, lo speciale olio per pulire i pavimenti…

Oggi il fenolo non si avverte più, avvicinandosi a Ferrania: nel silenzio la luce e il buio raccontano altre storie.

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