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L’alfabeto dei reparti

Migliaia di metri cubi innalzati intorno al Bormida: in trent’anni triplica l’estensione dell’area occupata, arrivando a superare i 330.000 m2, con una cubatura totale di 800.000 m3. Il primo nucleo risale all’insediamento SIPE: negli anni ’20 sono attivi i reparti A (supporto), B (emulsione, baritaggio e stesa della carta) e C (emulsione e stesa della pellicola), nonché la distilleria e la centrale. Negli anni ’30 e ’40 i reparti vengono rifatti e ampliati; nel 1936-38 nasce l’imponente F-H (emulsione e stesa). Nuovi lunghi edifici per le stese sono costruiti nei primi anni ’50 (H3-H4) e alla fine degli anni ’70 (H5-H6), mentre si evolvono i reparti per l’emulsione: dagli anni ’60 F2 e F3, dagli anni ’80 l’F4. Nel 1989 è inaugurato in un nuovo edificio l’F5 (e poi F6), con un impianto completamente automatizzato. Il lavoro di verifica, taglio, perforazione, confezionamento del prodotto era svolto nei reparti D (nato nel 1933), G e L (anni ’50).

Più dell’elenco delle sigle, colpisce l’aspetto di questi edifici squadrati ed eleganti (le vetrate della centrale, le piastrelline che ricoprivano il B), fatti di cemento armato, ferro, calcestruzzo, mattoni, muri spessi con l’inserimento di sughero per assicurarne l’isolamento. “Cessano i boschi di castani” scrive Luigi Comencini nel 1946 “sorgono silenziosi e austeri edifici che assomigliano a un ospedale o a una centrale elettrica”. Architetture perfettamente funzionali alla lavorazione: protezione dalla luce (assenza di finestre), sovrapposizione dei piani, collegamenti mediante passaggi e gallerie. I documenti delle imprese costruttrici, come la milanese Guffanti (anni ’30) e la savonese Sugliani & Tissoni (anni ’40 e ’50) rivelano quantità di verifiche, persino sul tipo di intonaco, che non doveva alterare l’ambiente.

L’alfabeto conclude sulla sponda sinistra del Bormida: rep. SF (prodotti per lo sviluppo e il fissaggio), T (copulanti, negli anni ’70 si affiancherà il T2), V (ausiliari), Z (sensibilizzatori cromatici).  E’ la zona chiamata tradizionalmente i “Tannini”: qui la FNET (Fabbrica Nazionale Estratti Tannici) distillava il tannino dal legno di castagno. La sezione chimica rappresentava uno dei luoghi più rischiosi, specie per il pericolo di inalazioni ed esplosioni. Si trattavano circa 500 materie prime e 350 prodotti semilavorati, necessari a tutti i reparti, che negli anni ’80-’90 raggiungono una media annua di 300 tonnellate. Da qui provengono le basi per la stesa: copulanti, ausiliari, sensibilizzatori, polimeri e intermedi, il nitrato d’argento. Proprio l’argento è la materia per eccellenza: 1.000 Kg. al giorno, con i lingotti custoditi in una cassaforte grande come una stanza. Persino le quotazioni di mercato dell’argento erano condizionate dagli acquisti miliardari dell’azienda. Prima gli scarti di lavorazione si smaltivano nel fiume (il Silver River), poi viene realizzato un impianto per il recupero dell’argento con vasche di elettrolisi. L’argento contiene una minima quantità di oro, dalla fusione si otteneva ogni anno un lingotto, consegnato all’azienda. In cambio una suntuosa cena pagata al ristorante: per l’appunto, la “cena dell’oro”.

Ai reparti si affiancano le officine, mondo altrettanto complesso: fin dagli anni ’30 la divisione comprendeva l’officina meccanica generale, l’officina elettricisti, l’officina galvano, l’indispensabile OMP. Officina meccanica di precisione (nel 1934 inizia la produzione delle perforatrici; di particolare rilievo il lavoro di rettifica dei punzoni). I capannoni che si allungavano sulla sinistra dell’entrata, così come le varie officine di reparto, hanno ospitato un popolo di tornitori, fresatori, tubisti, elettricisti, idraulici, muratori, falegnami…. E’ uno dei caratteri leggendari di Ferrania, un universo autonomo, dal giardiniere allo stagnino, che costruisce gli strumenti con cui lavora: “Potete ordinare con un colpo di telefono” assicura nel 1940 l’Ufficio pubblicità dell’azienda “un interruttore, un marciapiede o un edificio a cinque piani”.

Su tutto dominava l’insegna al neon rosso “ferrania” (poi “ferrania 3M”), montata nel 1962: visibile dall’autostrada, lunga 36 metri, la lettera «f» alta 7 metri.

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