Germania nazista, persecuzioni, fughe, servizi segreti, brevetti… La storia del colore a Ferrania è anche una vicenda geopolitica, che origina in Germania, a Wolfen. Era sede dell’Agfa, la grande fabbrica di pellicole nata nel 1873, controllata dal gruppo industriale I.G. Farben. Nel 1936, l’anno dopo il brevetto del Kodachrome, Agfa produce la pellicola a colori negativa per il grande schermo, seguita poi dalla fotografia. È il frutto degli innovativi studi, culminati in svariati brevetti, di ricercatori quali John Eggert, Gustav Wilmanns, Wilhelm Schneider. Determinante per l’Agfacolor il lavoro di Schneider sui copulanti (catene molecolari capaci di legare i coloranti e limitarne la dispersione) che permise la stesa su una pellicola monopack di tre strati di emulsione, invece di sovrapporre più pellicole. Nel laboratorio ricerche di Wolfen, dal 1928, lavorava il chimico austriaco Hans Bincer, figlio di una donna ebrea. In Agfa erano presenti, persino fra i fondatori, numerosi ebrei o dipendenti coniugati con ebrei. Il direttore Fritz Gajewski, membro del partito nazista, seppe resistere alle pressioni esterne, tentando di proteggere i suoi uomini (fra cui Eggert, capo delle ricerche, sposato con una ebrea). Bincer, dopo un arresto nel 1935 per un’accusa di spionaggio poi decaduta, ottiene lo spostamento – con il benestare della Gestapo – nella sede dell’Agfa a Vienna. Entra quindi in Italia con la famiglia (la moglie Ruth e il figlio Wolfgang): dal 1937 è dipendente Ferrania, consulente del neonato LRC (Laboratorio ricerche colore), diretto da Giulio Cesare Monteleoni.
A Ferrania i primi rullini di pellicola a colori sono del 1941. Intanto, dal 1935, presiedeva il Laboratorio emulsioni Emil Mauerhoff: alle spalle importanti studi sulle gelatine e una carriera fra Germania (Agfa), USA (Ansco Photo, controllata dell’Agfa) e Giappone (Fuji). Dal 1938 è viceconsole del Reich, carica onoraria senza ruoli diplomatici. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 gli equilibri si rompono: Bincer viene arrestato a Ferrania, dopo una delazione; sono apposti i sigilli nella sua casa savonese; il suo nome compare fra i deportati di un convoglio che nel gennaio 1944 da Milano parte per Auschwitz. Se ne perdono le tracce: le autorità tedesche rilasceranno alla moglie e al figlio un documento con data di morte presunta al maggio 1945. Nell’aprile 1945, nella fabbrica di Ferrania, le forze alleate parlano con il solo che ha dimestichezza con l’inglese: Mauerhoff. Il viceconsole a suo tempo aveva preso contatti con il British Military Government, mettendosi a disposizione e assicurandosi la protezione da parte del CLN locale. Il tecnico tedesco viene incarcerato e interrogato, mentre l’azienda si prodiga per la sua liberazione. Rientra in fabbrica nel 1948, insieme a molti tecnici amnistiati (specie del LRC); dopo la pensione – nel 1965 – ottiene uno speciale assegno di fedeltà e un vitalizio mensile.
Ritorniamo a Wolfen. Già nell’aprile 1945, mentre la Germania capitola, commissioni tecniche delle forze alleate interrogano il personale dello stabilimento, prelevando formule, documenti e materiali. I brevetti delle industrie tedesche vengono liberalizzati, molti scienziati sono fatti trasferire in Occidente; Wolfen entra sotto l’influenza sovietica (mentre l’Agfa riapre a Leverkusen). In poco tempo le conoscenze passano alla concorrenza, in primis la Kodak, mentre l’Italia, nazione belligerante, non poteva accedere direttamente a quei brevetti. Si instaura tuttavia una strategica collaborazione con la svizzera Tellko, dove avevano trovato impiego diversi uomini di Wolfen, compreso il direttore tecnico, Schneider. Nuovi esperti del fotosensibile (ad es. Helmuth Dehio, Alfred Frölich, Werner Weizsäcker) dalla Germania approdano a Ferrania: nel 1947 il Ferraniacolor 12 ASA invertibile, con strati sovrapposti, è l’unica pellicola a colori all’epoca prodotta in Europa.
