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La gente del buio

“Un breve passaggio per i reparti scuri chiamati “osservazione pellicole” mi ha servito a provare su di me, come una cavia, l’angoscia esistenziale e un principio di schizofrenia. Il mondo e il nostro stesso corpo si dissolvono e si squilibrano in una luce rossa, percorsa da ombre bianche e fluorescenti”.

A metà degli anni ’50 Guido Piovene scrive Viaggio in Italia, colto reportage dentro un paese in cambiamento. Della sua tappa a Ferrania ricorda i reparti bui, luoghi dove la luce è bandita: un piccolo squarcio può danneggiare chilometri di pellicola. Diversi edifici erano privi di finestre, sorta di grandi camere oscure animate da una «coreografia notturna», come è stata definita: centinaia di guanti bianchi e corpi in costante movimento, simili a sonnambuli.

Il processo di fabbricazione avveniva per 3/4 nell’oscurità: si operava con luci di sicurezza (inattiniche) sulle pellicole ortocromatiche, insensibili al rosso, mentre le pancromatiche, sensibili all’intero spettro della luce, chiedono il buio totale. Per decenni, in una sequenza di turni che ignora l’alternanza del giorno e della notte, donne e uomini hanno percorso questi edifici-sottomarini, unendo al sapere tecnico un particolarissimo vissuto dei sensi, un’antropologia del corpo che richiedeva controllo, ascolto, fiuto, capacità di adattamento. Non a caso Piovene, uscito dal buio, scrive di «un’aristocrazia di mano d’opera altamente istruita reclutata sul posto».

Ai lavoratori destinati alla luce controllata erano consegnate lampadine tascabili, con filtri rossi o verdi; quelle metalliche furono sostituite con altre in plastica: per cambiare le batterie si andava dal capoturno. Dagli anni ’90 l’estrusorista, nei reparti di stesa, era dotato di visori notturni. La voce correva attraverso varie linee di interfono, con microfoni e altoparlanti in tutte le sale: l’inizio della stesa dell’emulsione era annunciato con un «Si gira!», proprio come al cinema.

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