Un comunicato del 1939 del direttore precisa il comportamento da tenere incontrando ufficiali e autorità fasciste: «Entro lo stabilimento e dipendenze (Mensa, Dopolavoro, etc.) tutto il personale dello Stabilimento è tenuto a salutare (saluto romano)». L’ordine fa il paio con l’art. 11 del Regolamento interno per i lavoratori, del 1937: «Quando un Superiore entra in una sala, il lavoro deve continuare come se nulla fosse avvenuto; ma se il Superiore rivolge la parola, alzarsi se seduti e mettersi sull’attenti facendo il saluto romano».
Nella vita di fabbrica si assiste, in modo analogo a quanto accadeva nei diversi ambiti lavorativi e sociali, a una progressiva invasione della retorica e delle pratiche del regime, specie da metà degli anni ’30. Contribuiva la fortissima presenza familiare, che assicurava fedeltà e controllo, nonché la tipologia del lavoro, fondato sulla gerarchia e sul rispetto delle consegne. I rituali del consenso si esplicano soprattutto nel tesseramento (il numero della tessera compare sul cartellino personale; nel 1939 avviene l’iscrizione totalitaria delle donne al partito), nelle sfilate in divisa dei reparti di fronte all’autorità in visita, nei «sabati fascisti», nelle attività della GIL (Gioventù Italiana del Littorio). Si raccoglie l’oro da dare alla patria e la lana da inviare ai combattenti, si pubblicano le lettere dei filmisti al fronte, gli altoparlanti trasmettono i discorsi di Mussolini, mentre sui muri degli edifici si leggono le frasi del duce.
Negli anni della guerra, all’interno delle battaglie controsanzionistiche, le grandi aiuole del piazzale interno vengono seminate, con l’aiuto dell’azienda agricola. Le operaie, lasciata la divisa, raccolgono il grano, immortalate insieme ai dirigenti in foto ricordo: sono fra le immagini più belle ed emblematiche della relazione fra la fabbrica e la storia sociale. I ricercatori ne approfittano per testare le nuove pellicole: fra le prime fotografie a colori – nel 1943 – appare il giallo delle spighe.
