“Il colore in bianco e nero”: con questo slogan la Ferrania racconta la pellicola P 30. Pancromatica con sensibilità di 100-125 ASA, realizzata nel 1958, beneficia della ricerca sul Ferraniacolor, che proprio in quegli anni esaurisce la sua breve stagione. Il bianco e nero della P 30 rivela una duttilità e una ricchezza tonale che la rendono la pellicola cinematografica per antonomasia dell’azienda, in grado di misurarsi con le pellicole in bianco e nero dell’americana DuPont (storicamente associata al neorealismo italiano).
Sono diversi i direttori della fotografia e i registi (come Damiano Damiani, Alberto Lattuada, Dino Risi) a prediligere la P 30, ma il film che rappresenta internazionalmente la pellicola sarà La Ciociara di Vittorio De Sica, uscito nel 1960. Ferrania, che lancia in quell’anno una grande campagna sul nuovo prodotto, ne sostiene la produzione. Il film, fotografato da Gabor Pogany, ha come assoluta protagonista la Loren. L’attrice aveva esordito sullo schermo nel 1953, in un piccolo film in Ferraniacolor: qualche anno più tardi muta il suo nome da Sofia in Sophia e conquista Hollywood, che la ripaga con l’Oscar (nel 1962) proprio per l’interpretazione de La Ciociara.
Un regista e un direttore della fotografia che legano la loro opera alla P 30 sono Pier Paolo Pasolini e Tonino Delli Colli (già direttore di Totò a colori): Accattone (1961), Mamma Roma (1962), La ricotta (1963, episodio di Ro.Go.Pa.G), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Comizi d’amore (1965), Uccellacci e Uccellini (1966). Il bianco e nero del cinema pasoliniano rappresenta probabilmente il vertice della resa visiva della pellicola della Ferrania. Soprattutto ne Il Vangelo secondo Matteo, girato nei Sassi di Matera, il forte contrasto della P 30 e la saturazione dei neri permettono a Pasolini di trasformare i volti degli attori (non professionisti) in icone, con una estetica molto severa che rifiuta la morbidezza dell’immagine e guarda piuttosto alla pittura.
