Nel 1952 gli spettatori guardano sul grande schermo Totò come non lo avevano mai visto: Totò a colori di Steno è un lungometraggio girato in Ferraniacolor, la sfida italiana al Technicolor (nato negli anni ’20, reso celebre da Walt Disney e dai film di Hollywood). Siamo nel solco della complessa ricerca sul colore, mutuata dall’Afga (che dai procedimenti ottici per la riproduzione del colore sullo schermo era passata all’uso della chimica). Il Ferraniacolor è un monopack, un’unica pellicola tricromica commercializzata a partire dal 1949. La sua storia intreccia la politica: proprio nel 1949 esce la legge di sostegno al cinema, voluta da Giulio Andreotti, sottosegretario con delega allo spettacolo, che ridisegna il settore dopo gli anni del regime. Il rimborso sugli incassi viene maggiorato dal 3 al 5% in caso di particolari meriti: l’adozione del colore permette l’accesso a questo aiuto statale, che emargina i documentari d’inchiesta in bianco e nero, favorendo alcune case di produzione.
Escono diversi cortometraggi: il primo è Ceramiche umbre del 1949 (ma del 1943 è l’esperimento Impressioni estive, per l’Istituto Luce). L’azienda crea nuovi laboratori per il trattamento colore, mette a disposizione pellicola e tecnici, finanzia per l’appunto Totò a colori. La breve stagione del Ferraniacolor (1949-58) vive di commedie, film musicali e avventure esotiche, per lo più girate a Cinecittà.
Pellicola economica di bassa sensibilità (all’esordio appena 8 ASA: richiede di illuminare la scena quattro volte di più rispetto al bianco e nero), il Ferraniacolor diviene una palestra per molti direttori della fotografia esordienti (Giuseppe Rotunno, Vittorio Storaro) e favorisce lo sviluppo della più nobile P 30. Fra i titoli da ricordare La Spiaggia di Alberto Lattuada (girato in Liguria, con la fotografia di Mario Craveri) e alcuni documentari come Magia verde (Gian Gaspare Napolitano), L’ultimo paradiso (Folco Quilici) e gli splendidi cortometraggi in Sicilia e Sardegna di Vittorio De Seta.
