La presenza femminile è un elemento distintivo della fabbrica di Ferrania. Lavori manuali come la perforatura, il controllo e il confezionamento della pellicola, che richiedevano precisione e ripetitività, erano ritenuti particolarmente adatti alle donne. Non era facile per la società rurale accettare che una donna potesse lavorare come dipendente, emancipandosi dalla gerarchia maschile. Quelle operaie che uscivano a fine turno, pettinate e ben vestite (nel ricordo di tanti: uomini in cravatta e donne in pelliccia), suscitavano maldicenze: libere di guadagnare e vivere in modo indipendente.
Una breve inchiesta intitolata Le condizioni di lavoro e le rivendicazioni delle lavoratrici FILM Ferrania, curata dalla FILC – CGIL nel 1955, racconta dei rapporti tra padroni (in Ferrania sempre maschi) e mano d’opera femminile, che all’epoca costituiva un terzo dei 2500 dipendenti. I problemi più sentiti concernono le condizioni di lavoro: al buio, in presenza di sostanze chimiche e con scarse protezioni, pessimi locali per cambiarsi e mangiare, mancanza di asilo nido. Assai sentita è la sperequazione dello stipendio tra uomini e donne; i capi e le responsabili di sala scoraggiano in vario modo lo sciopero o l’attività sindacale. Tuttavia Ferrania restava un’occasione sognata di lavoro sicuro per tutti, tanto più per le donne. Non di rado l’assunzione di una parente (la moglie, per esempio) permetteva di sostenere un lavoratore, in casi di difficoltà o in particolari vicende contrattuali. Di qui le divisioni intorno alla presenza di «doppie» assunzioni in stabilimento.
Nel 1964, l’anno del passaggio societario da IFI a 3M, il numero dei dipendenti è di 3681 unità: 2431 uomini, 1250 donne. Nei decenni successivi la forza lavoro femminile in Ferrania ha ottenuto posizioni di responsabilità e prestigio, non solo nei settori amministrativi, ma anche in quelli di ricerca e formazione del personale. Poi, come i colleghi, hanno subito il tramonto dello stabilimento.
