Ferrania, anni ’30: i dopolavoristi, con divise e gagliardetti, animano una squadra ginnica e una di lotta, una compagine di atletica e una calcistica (che avrà una duratura fortuna, con epiche gare fra le squadre del dopolavoro di altre aziende provinciali o fra i reparti), raduni ciclistici, sfide sui campi da tennis, molto noti in Val Bormida.
Capitolo a parte per le bocce. Il gruppo bocciofilo ferraniese giunge negli anni ’70 ai 200 tesserati, con diversi giocatori in serie A, campioni del mondo, terne e quadrette pluripremiate. Intorno al Dopolavoro si arrivano a tracciare fino a una ottantina di campi da gioco, alcuni dotati di tribune. I vagonetti del carbone sulla testa, le ciminiere sullo sfondo, gli sguardi attenti ai giocatori: le bocce per decenni rappresenteranno un fattore di aggregazione sociale. L’anno era scandito da una serie di gare (anche serali) e tornei, locali o internazionali, con centinaia di persone coinvolte, fra partecipanti e spettatori: gli appuntamenti più prestigiosi erano i trofei Boccia d’oro e Piero Schiatti (dedicato al figlio del direttore, morto nel 1957 in un incidente automobilistico).
Oltre a sponsorizzare il movimento sportivo, la fabbrica riservava una particolare attenzione all’istruzione: forniture per le scuole di Ferrania, assegni e borse di studio per i figli dei dipendenti, corsi rivolti agli adulti «per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria». Durante le vacanze, bambine e bambini partivano per le colonie balneari o montane, pagate dall’azienda. Nel 1938 il direttore dettaglia il corredo personale di ogni partecipante:
“in ordine con la divisa di Balilla o di Piccola Italiana: 2 camicie – 2 paia mutande – 2 magliette – 6 fazzoletti – 2 paia calze – 2 paia sandali alla romana – 1 paio di scarponcini (per le Colonie montane) – 2 asciugamani – 1 pettine – 1 spazzolino denti”.
Nell’Italia degli anni ’50 nessuna divisa, ma calzoncini corti e cappellino da marinaio.
