Ferrania: un toponimo e una fabbrica. Questo legame territoriale elettivo fa dell’azienda il punto di riferimento, per generazioni, assai più dell’amministrazione pubblica. In Un giorno a Ferrania, pubblicazione nel 1940 curata dall’ufficio pubblicità, si legge: «Spose, madri, sorelle, il capofamiglia, il primogenito del capofamiglia, i parenti tutti fanno parte dello Stabilimento […] La popolazione di Ferrania è una famiglia esemplare composta di migliaia di specialisti». In Val Bormida si colgono politiche analoghe a quelle della grande industria italiana, come FIAT, Pirelli, Ansaldo, Dalmine, Breda o Olivetti (anche se quest’ultima ha caratteristiche singolari). Era privilegiata l’assunzione familiare: marito e moglie, il posto del genitore ceduto al figlio (sul cartellino personale compariva il dettaglio dei parenti assunti). Una pur bassa retribuzione (ad es. per il personale femminile non qualificato) integrava gli altri redditi familiari, presenti e futuri. Si cementava in questo modo l’appartenenza, favorendo il rapporto diretto fra famiglie e direzione di fabbrica, destinataria di raccomandazioni e suppliche.
Nel tempo il welfare aziendale si traduce in premi di produzione, assegni per i figli minorenni, assicurazione e mutua integrativa, fondi da spendere presso lo spaccio aziendale. Prima dell’arrivo di 3M e della contrattazione sindacale collettiva, Ferrania è la fabbrica paternalistica che vende a prezzi di favore farina, patate, marmellata, legname. Dalla culla alla tomba: premi di natalità e nuzialità, ambiti pacchi natalizi (bambole e cavallini a dondolo, generi alimentari, biancheria), riconoscimenti per i lunghi anni di servizio (la targa, la spilla, l’orologio…), partecipazioni ai funerali. È anche il luogo dove nascono e si disfano amicizie e amori. La fine della grande industria assume le tinte di una perdita personale, che impone un ripensamento dell’intero orizzonte. Persino su chi dovesse spalare la neve: per decenni a pensarci era stata la fabbrica.
